«Ma solo facendo un viaggio si capirà perché lo si doveva fare; e se qualche volta è difficile partire perché le abitudini, il dovere, gli impegni, la mancanza di tempo, il dubbio, le aspettative delle altre persone sembrano ostacoli insormontabili, non dimentichiamo che c’è solo una cosa peggiore del viaggiare, ed è il non viaggiare affatto» – Oscar Wilde.

Alla base del viaggio c’è il desiderio di conoscere e di avventurarsi in nuove realtà, diverse dalla propria; spesso, questo percorso di scoperta è dettato da una necessità interiore, un input che ricollega il viaggio alla nostra sfera emotiva. In altre parole, si viaggia per scoprire noi stessi, per ricollegarsi ad un momento della nostra vita e chiudere un cerchio. Si viaggia per prendere decisioni importanti.

Il viaggio come analisi di noi stessi, come se fossimo sdraiati sul lettino di uno psicologo. Ma perché viaggiare per psicanalizzarsi? Allontanarci dalle nostre abitudini e dal nostro spazio sicuro è il miglior modo per comprendere il nostro vero Io. Si mettono a nudo i nostri dubbi, le nostre paure e i nostri più profondi desideri.

Il viaggio rappresenta la parte più primitiva dell’uomo e si torna inevitabilmente cambiati.

Il mio nome è Thomas parla di un viaggio alla riscoperta del sé. Il sé è Thomas, nome con cui il protagonista del film, interpretato da Terence Hill, viene ribattezzato da una congrega di frati. Thomas come Terence. Due persone nuove, ma sempre uguali a loro stesse.

Ritroviamo tutti gli elementi di spicco che hanno reso celebre l’attore, in questo caso anche regista.

Il mio nome è Thomas rappresenta una summa della sua carriera, in cui, in siparietti più o meno comici, ritroviamo vecchi e nuovi ricordi. Un viaggio che mostra l’incontro tra il vecchio e il nuovo. Il west fatto di cavalli e pistole incontra il cowboy moderno che, in sella alla sua motocicletta, si reca nel deserto per poter rileggere un libro. Siamo ai limiti della pazzia! Immancabile però la padella.

C’è quindi la presenza di Don Matteo, con i simpatici frati che lo battezzano Thomas prima del suo nuovo viaggio. Il viaggio come inizio di una nuova vita. C’è Thomas in sella alla motocicletta, immagine che ricorda un po’ Renegade. C’è la presenza del western, con l’immancabile scazzottata in ricordo dell’amico Bud Spencer e il deserto dell’Almeria, in Spagna, location di numerosi spaghetti.

Compiere un viaggio da soli non è impossibile, ma sicuramente sarebbe di una noia mortale. E soprattutto, per un viaggio all’insegna della ricerca, un personaggio ci vuole. Un personaggio che, facendoci letteralmente impazzire, riesce però a farci capire chi siamo davvero, cosa vogliamo dalla nostra vita, di cosa abbiamo paura, cosa non abbiamo il coraggio di lasciarsi alle spalle. Ed ecco qui Lucia, interpretata da Veronica Bitto, piena di problemi, depressione e tendenze suicide.

Veronica: una bellissima scoperta. Emotiva, realistica, colorata. Un abbigliamento che amo a non finire, molto scappata da casa e il tocco magico del flauto traverso.

Insieme, o forse da soli, iniziano un viaggio.

Ma perché si viaggia? Si viaggia per riscoprirsi felici. La felicità non viene da qualcosa di esterno, ma nel profondo, nel sentirsi parte di qualcosa di più grande, di sentirsi in armonia con l’universo.

E Thomas, che ha da sempre viaggiato da solo, si riscopre felice grazie a Lucia e alla sua libertà. La libertà del sedersi su una sedia sgangherata da vecchio west, sotto il cielo stellato, a rileggere un libro. Vedere uno scorpione e le aquile volarti sulla testa. La libertà della musica di un flauto traverso. La libertà di una corsa sulla moto, con il vento nei capelli.

Viaggio è sinonimo di libertà. Si è liberi di essere noi stessi, senza sentirsi imbrigliati nelle cifre della società. E quando siamo liberi di essere chi siamo veramente, non si ha più paura di lasciar andare qualcuno, anche chi si è amato.

In questo caso, Il mio nome è Thomas rappresenta un po’ un cerchio che si chiude. L’addio all’amico Bud Spencer e l’addio al figlio adottivo Ross, che aveva recitato con Terence in Renegade. Un film per dare un ultimo saluto e riuscire a superare il dolore della perdita. La perdita rappresentata dalla morte in scena di Lucia.

Ma è davvero morta? Lucia è morta davvero o è sempre e solo stata un’invenzione della mente di Thomas? Uno stimolo in più per compiere il suo viaggio?

Chi muore non muore mai veramente, ma vive nei nostri ricordi, nel nostro cuore. Un addio che è più un arrivederci.

90 minuti per salutare il passato e dirigersi verso un nuovo viaggio.

Annunci