Chiara.

Non parlare con la bocca piena.

Angelo e Giancarlo. I papà di Chiara. Due uomini. Una famiglia arcobaleno, quando ancora essere omosessuali era ritenuto un difetto, una malattia. Essere omosessuali significava, e per certi versi è ancora così, dover dimostrare di essere meglio, come sorta di riscatto dall’emarginazione, una redenzione del pensiero, della mente, della cultura.

E poi ci sono loro, le galatine, caramelle al latte di cui Chiara è ingorda: combattono lo stress quotidiano ma soprattutto i pregiudizi.

Le galatine in bocca, il silenzio di Chiara.

La proteggevano dal dolore del disagio e certi interrogativi del mondo. Uno scudo contro la malignità del mondo là fuori, di chi non avrebbe capito.

Di chi non avrebbe capito l’Amore.

Ed è di Amore che parla il secondo romanzo di Chiara Francini, “Mia madre non lo deve sapere”, edito da Rizzoli.

L’amore di papà Angelo e babbo Giancarlo.

«Due maschi veri. Una coppia. Un carillon. In cui uno era la ballerina e l’altro la musica. Uno la chiavetta e l’altro la carica».

E la madre? Le scriveva, ogni tanto. Non se la sentiva di fare la mamma. Aveva preferito la libertà. La sua. E la vita di Chiara.

«Lui mi regalò la libertà. E a te la vita».

Con questo romanzo, Eleonora, la mamma, torna nella vita di Chiara. Irrompe con post-it e bische clandestine. Silenzi e gocce nell’acqua.

Una forma d’amore? Non proprio, ma

«Tutti abbiamo dei segreti. E noi sappiamo tanto poco l’una dell’altra».

Da questa volontà, spesso a senso unico, di conoscersi e scoprirsi, sboccia l’amore. Tra madre e figlia. Tra una madre non voleva che fare la madre e una figlia che per mamma aveva due papà.

Una felicità che avanza a singhiozzi, ma che racconta la vita di ognuno di noi. Si parla per metafore che tutti conosciamo, si parla in maniera aperta, senza fronzoli e orpelli. Si parla di vita, quella di ogni giorno, quella di quando ti alzi alla mattina tutta sfatta, con i capelli scombinati e la faccia da sonno. La vita fatta di lavoro, di delusioni, di paure..come quella di perdere la casa che ami, la casa dei ricordi felici. Gli amici, i vicini di casa. Lo zaino in spalla che dona sicurezza e conforto. Lo zaino in cui infili il tuo mondo, lasciando fuori le cose lontane. I cortili, che ti mettono un po’ di malinconia, che ricordano i momenti felici, i primi amori, la mamma che ti aspetta a casa quando il pranzo è quasi pronto.

Si parla di sfortuna e di felicità.

Si guarda la felicità in faccia e ci si domanda se noi lo saremo mai. Felici.

Una vecchia foto arancione, in cui anche i verdi sono arancioni, in cui Eleonora è felice: ballavano Eleonora e Chiara, nella pancia. Felici.

«La felicità sono le cose semplici della vita. […] realizziamo che funzionano come iniettazioni di beatitudine con brevissima durata. […] La felicità va oltre gli oggetti perché alla fine del viaggio che noi chiamiamo vita non vince chi ha accumulato più giocattoli ma chi ha avuto una vita piena di sorrisi […]».

L’amore tra mamma e figlia.

L’amore tra Chiara e Federico. Chiara vive nel Voilà, con Federico. Sono tornati insieme. Perché

«Il loro è stato ed era un amore imboccato a tortellini, caffellate, fette biscottate e tanta pizza».

Un amore che si interseca alla perfezione. Un amore, senza la cui presenza, Chiara sarebbe solo una ragazza di spalle. Come la sua mamma. Nella foto in cui sorrideva. Ma forse, Chiara, non avrebbe sorriso.

L’amore tra Chiara e i suoi felini. Soprattutto Lorelai, la balorda. Onnipresente e sempre balorda.

L’amore fatto di mille colori di Chiara per le Supreme tutte…e delle Supreme, tutte, per Chiara. Professori, amici, giornalisti, medici, esseri umani che ci insegnano il bello della vita, ad essere felici di quello che ci circonda, di stupirci per le piccole cose. Esseri umani che vedono la bellezza reale, non solo quella esteriore, spesso modificata dalle apparenze e dai media. L’intelligenza e la dolcezza.

L’amore per papà Angelo e babbo Giancarlo. Loro a Chiara l’avevano voluta davvero. E amata. Ogni occasione era buona per una bomboniera. Per una festa. Tutti insieme. Colorati. Felici. E con la galatine sempre a portata di bocca.

Ma c’è un amore che aleggia disperato per tutto il romanzo. L’amore di Chiara per la semplicità. Per le cose di tutti i giorni. L’amore che Chiara si porta dentro agli occhi, quell’amore Giallo che abbaglia tutto anche quando fuori il tempo è avverso.

“Mia madre non lo deve sapere”…ma poi l’ha saputo e ne è stata fiera.

È un libro caldo, che ti coccola….come

«un caldo pulito, forte tanto quanto il sozzo: l’abbraccio, il cuore tiepido della forma, delle natiche, la cuccia del letto di chi ami».

Un libro che insegna che

«L’amore non è mai perfetto ma sempre perfettibile. Accontentarsi è uno schifo, cercare un prototipo pure peggio. “Buttare via” e “lavorarci su” stanno lì, a far cosacce in una terra misteriosa piena di etica e lussuria».

Questo libro è un abbraccio. Caldo. È come quando ti capita qualcosa di bello e lo vuoi condividere col mondo.

È un libro che rende felici. E ci fa sentire amati.

Il segreto di questa felicità? Ascoltare e condividere.

«Condividere è come il lievito. Fa la felicità profumata e croccante».

“Mia madre non lo deve sapere”, infatti, non è sicuramente un libro adatto a tutti. È un libro sincero. Chiara si spoglia di tutte le “etichette” e si veste della sua sensibilità, del suo essere tutta. Semplicemente Chiara.

È arancione. Sì, se si toglie la copertina, il libro è arancione. Arancione Chiara. L’ho soprannominato così. Giallo + Rosso = Arancione. Il Giallo del suo sorriso e il rosso del suo amore immenso che troviamo ad ogni riga di questo libro e non solo. Insieme fanno un bell’Arancione. Arancione Chiara. Colore che, per coincidenza, indosso in questo momento.

«Dobbiamo amare quello che non ci aspettiamo, farci sorprendere.

Dobbiamo amare, sempre».

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