Quando la Madre dei Draghi chiama…ci si inginocchia…e si guarda il film ancora e ancora.

Dimessa la parrucca bionda di Daenerys Targaryen, Emilia Clarke diventa la protagonista indiscussa del mystery italianeggiante, Voice From the Stone, tratto dall’omonimo romanzo di Silvio Raffo.

Con la nostra immaginazione remiamo indietro nel tempo, fino a raggiungere la campagna Toscana degli anni Cinquanta. Siamo a “La Rocciosa”, un luogo isolato e sinistro, avvolto nella nebbia e nella morte immortale. A questa atmosfera aggiungiamo le figure della tata “fantasma” (Lisa Gastoni) e di Alessio (Remo Girone), maggiordomo e custode di tutti i segreti della magione.

Questi personaggi e luoghi creano l’atmosfera dell’abitazione, animata passivamente da Jakob (Edward Dring) e Klaus (Marton Csokas). Figlio e padre. La madre, Malvina (Caterina Murino), è morta. Ma lo sono un po’ anche loro, morti.

Sono, nell’attesa di qualcosa o qualcuno, bloccati in una sorta di limbo. Le azioni sono ridotte al minimo, portate avanti con un ritmo molto lento, che pare muoversi a fatica. Ma, al contrario di quello che ho letto spesso nelle recensioni, il tempo non è bloccato, l’azione è presente, è un’azione interiore. Un meccanismo che sta cercando di sbloccarsi e lo fa poco per volta.

Il padre è imbrigliato in sé stesso, non riesce a manifestare apertamente la sua rabbia, parla a stento, ha smesso di lavorare. Il bambino ha smesso consapevolmente di parlare, ma dentro di sé urla. Un silenzio straziante che trapana le orecchie.

Ma solo nel silenzio si riesce davvero a tendere l’orecchio e sentire.

«The less you speak, the more you hear».

E questo urlo d’amore è accolto da Verena (Emilia Clarke), infermiera specializzata nel trattamento di bambini con disturbi. In un gioco di sussurri e silenzi, Verena si ritroverà “succube” dei misteri de “La Rocciosa”. Attirata in una trappola d’amore dai suoi abitanti, prime fra tutti Lilia e Malvina.

La sceneggiatura risulta spesso secondaria, mentre a parlare sono principalmente i suoni del vento, lo scricchiolio del cancello di ferro, le foglie secche, i sussurri, i silenzi. È un film fatto di silenzi, che parlano d’amore. Voice From the Stone parla d’amore. Quell’amore folle, possessivo, ossessivo, che rimane imprigionato nei muri, nella pietra, e quasi ti soffoca, ti chiama a sé. Ma è anche un amore sottile, delicato, poetico, erotico.

Voice From the Stone è poesia pura…e la poesia è immortale, così come l’arte.

All’inizio del film, quando accompagniamo Verena lungo il viale alberato che conduce alla magione, vediamo una grossa testa di statua a terra, immersa nella nebbia. Accenna ad un sorriso. È lì, ma nessuno la vede, lasciata incustodita.

L’arte è immortale. Sembra quasi una natura morta, ma morto, perché bloccato, è chi abita questi luoghi. La statua, silenziosa a farsi beffa della morte, resta lì immobile, con la consapevolezza che essa, forse, vivrà per sempre.

Mi ricorda molto l’opera “La memoria” di Renèe Magritte. L’immortalità dell’arte. Della poesia. Dell’amore.

Questa immortalità si estende anche a Malvina. Lei era arte, una pianista di successo. È arte. È morta, ma continua a vivere nella pietra. La pietra sussurra e parla. È immortale e cerca di riprendersi ciò che gli appartiene.

Jakob crede infatti di sentire la madre attraverso la pietra. Appoggia l’orecchio al muro e avverte dei sussurri, dei richiami. È un magnete, che finisce per catturare anche Verena. Anche lei è stata colpita dalla malattia della casa?

Il binomio Malvina-Verena crea una sorta di doppio, che va prendendo forma insieme alla vicenda, fino a fondersi in un solo ed unico corpo. Nel corso del film si possono notare diversi dettagli che fanno comprendere che la fusione sta avvenendo. Verena che indossa l’abito di Malvina, cosa strana perché le due donne hanno una costituzione completamente diversa. Com’è possibile? Klaus prende Verena come modella della statua della moglie defunta, perché quel pomeriggio ha notato «resembles between you and my wife» e, nel posare come modella, Verena immagina di giacere con Klaus. In quel momento Verena è Malvina. E molti altri momenti, fino ad arrivare alla trasfigurazione finale.

I personaggi, non avendo un chiaro sviluppo nella storia, seguono quindi i passi di Verena. È grazie a lei che il meccanismo comincia nuovamente a girare. Il bambino, pur continuando a non parlare, compie delle azioni e il padre si sblocca e ricomincia a scolpire la pietra.

In modo delicato e discreto, si porta, lentamente ma progressivamente, la sua protagonista, Verena, in un percorso discendente che la renderà incapace di distinguere la realtà dall’immaginazione.

Verena diventa madre e compagna. La fusione tra le due donne si compie lentamente, delicatamente. Il momento della fusione tra i due corpi è rappresentato sullo schermo dalla scena in cui Verena si vede murata viva. Così come il gatto, che, nella leggenda si voleva murato vivo come simbolo di protezione per la casa («There’s a story about that cat. It was a custom amoung those who built house like this, seal a cat within the walls as a protection against the evil»).

Accanto a lei c’è Malvina, che apre gli occhi, la guarda, la sfiora. E poi ritorna ad essere…morta. Qui, secondo me, si ha la fusione completa tra le due donne.

Verena, non avendo una struttura concreta e reale, cede al ricatto d’amore della casa e dei suoi abitanti. Non si riconosce in sé stessa. Parla di sé in terza persona.

«I hardly know the woman I see. Her name is Verena. She is alone».

Si parla d’amore. Un amore ossessivo, quasi perverso per Lilia nei confronti di Malvina, di Malvina nei confronti del figlio Jakob e di Verena nei confronti di Jakob.

Malvina non vuole lasciare il figlio, ma

«Another woman will come. You will see. There will be another. You will know her by the love she shows to you».

La fusione era già preannunciata all’inizio e nel finale abbiamo due momenti in cui capiamo che Verena è diventata Malvina.

Jakob: «I miss my mama».

Verena/Malvina: «I’m here. I’m right here».

«I hardly know the woman I see. But the past is a dream from which we wake with each new morning. We are, none of us, quite who we were».

Emilia Clarke risulta assai credibile nel ruolo dell’infermiera Verena, un po’ impacciata, un po’ sfrontata. Un ruolo forse più complesso del previsto, in quanto, per rendere più reale il personaggio, si è pensato di far recitare la Madre dei Draghi in italiano, scelta consolidata anche dalla presenza sullo schermo di Remo Girone e Lisa Gastoni.

Caterina Murino, per quanto piccola sia la sua parte sullo schermo, è presente in tutto il film ed ha una parte decisiva. È lei l’artefice dell’inganno, complici la tata, ma anche Jakob. È lei che muove i fili del gioco. Insieme hanno fatto perdere il senno a Verena, che compie, in nome dell’amore, il sacrificio più grande: la rinuncia di sé stessa.

È un finale felice? E chi può dirlo! Ai posteri l’ardua sentenza!

L’unica cosa che posso dire è che questo film è semplicemente perfetto sotto ogni punto di vista. No, non è Mary Poppins…è Voice From The Stone.

Quindi, dal momento che a settembre, uscirà il dvd, vi consiglio di comprarlo. Oppure, se non avete problemi con la lingua inglese, potrete acquistarlo cliccando qui

La Madre dei Draghi ha compiuto una nuova magia.

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