Negli anni 60 e 70 l’Italia è stata la patria di una commedia brillante, i cui temi, molto comuni, ruotavano attorno alla satira sociale. La ripetitività del tema portò ad un declino del genere, complice anche la scomparsa di alcuni registi di punta, quali Vittorio De Sica.

Parallelamente al suo declino, si andò sviluppando, verso la fine degli anni 70, il filone della commedia sexy, un genere di pura farsa che ebbe molta presa sul pubblico, grazie ad attori che ben si prestavano al genere: Lino Banfi, Massimo Boldi, Christian De Sica. Un tipo di commedia che presenta degli spunti creativi, lasciati però in secondo piano favorendo l’espressione della sessualità.

La commedia, invece, dovrebbe osare di più, essere di più comicità e permettersi di utilizzare la risata per dire qualcosa di estremamente intelligente ed al contempo pungente. Una comicità che sia capace di dire qualcosa al grande pubblico, che lo faccia sì ridere, ma anche riflettere.

Negli ultimi anni il panorama italiano sta cominciando a muoversi in questa direzione: Come un gatto in tangenziale, per la regia di Riccardo Milani (marito di Paola Cortellesi), sembra sottolineare la ripresa del genere, non dimenticando l’impronta più classica del filone sociale.

Monica (Paola Cortellesi) e Giovanni (Antonio Albanese) ci invitano ad una profonda riflessione sulle differenze sociali e sul dialogo. Troviamo una Paola molto sopra le righe, ma assolutamente convincente nel ruolo di donna e mamma, legata ad un ambiente che non avverte come suo nella sua interezza. È esilarante, arrabbiata, a tratti furiosa, ma piena di amore e di umanità nei confronti del figlio e del lavoro onesto.

Un po’ meno eccessivo, ma ugualmente brillante, Antonio Albanese nei panni di un pensatore d’affari, che si occupa di raccogliere fondi destinati alla periferia, ma incapace di affrontarne la cruda realtà. Non conosce le rabbie, le gioie, le culture, i colori, i profumi della periferia e per questo viene messo di fronte alla propria ipocrisia. Da questo scontro brutale si dimostra però disposto a confrontarsi con i propri limiti e a mettere in discussione sé stesso ed i propri principi per amore della figlia, Agnese.

I personaggi (ed il pubblico) si muovono tra quartieri residenziali e popolari, venendo a contatto con tutta una serie di persone e situazioni che aiutano ad innescare la battuta, portando alla risata, nella quale però è nascosta sempre la riflessione.

Facciamo così la conoscenza della criminalità più vivace di Bastogi e la sofisticatezza dei personaggi della Roma bene. Le gemelle Pamela e Sue Ellen (le gemelle Giudicessa), sorellastre di Monica e malate di “shopping compulsivo” e la macchietta, rappresentata da Claudio Amendola, maestro di taglio, andato “in vacanza” per aver accidentalmente asportato una milza si scontrano con lo spaesamento della bianchissima Luce (Sonia Bergamasco) e con i grigi amici-colleghi di Giovanni, tutti impostati e bloccati nella loro “perfetta” esistenza.

È il divario al cuore del dibattito politico attuale, un oceano profondo di differenze tra nord e sud, tra centro e periferie.

È uno sguardo autentico verso il disagio delle persone che vivono ai margini delle grandi città, che vivono un certo tipo di isolamento e tutto ciò che ne consegue. È questa la grande vittoria del film: raccontare un argomento serio facendo dell’ironia.

Come un gatto in tangenziale mette da parte, in qualche modo, il problema politico e si promette di evidenziare il mondo autentico, anche se un po’ eccessivo, in cui le persone si incontrano. Ed è nell’incontro che i due protagonisti cominciano a creare un dialogo, un punto di contatto…il tutto con un sapore di comicità.

Non è la classica commedia italiana, ricca di battute volgarotte, ma si tratta, in questo caso, di un dramma comico, è una comicità giocata sugli sguardi e le attese, gli incontri e la conoscenza.

Questo aspetto di conoscenza, di avvicinamento tra i due mondi, risulta però sfocato nelle scene del cinema e dell’”apericena”. Giovanni e Monica stanno cercando un punto di contatto e ci riescono, anche se goffamente. Non è semplice abituarsi a ciò che non si comprende! Ma allora perché Giovanni porta Monica a vedere un film armeno, invece di cercare un compromesso? E ancora, perché Monica, all’apericena, indossa i sandali e si strafoga di cibo quando sta cercando di passare per educata?

…che le differenze sociali portino i rapporti a durare solo “come un gatto in tangenziale”?

E voi cosa ne pensate? I divari sociali esistono? Possono essere superati oppure si finisce sempre col tornare sui propri passi?

Annunci