Era il 1987 quando nelle sale cinematografiche usciva Dirty Dancing – Balli Proibiti, con Jennifer Grey nel ruolo di Baby e Patrick Swayze, nel ruolo dell’insegnante di danza Johnny. E oggi, a 30’anni dall’uscita cinematografica, si festeggia questo grandissimo successo con un musical (nato già nel 2004).

Dirty Dancing torna nei teatri italiani con una versione rinnovata e diretta da Federico Bellone. L’appuntamento è al Teatro Arcimboldi di Milano fino al 7 gennaio 2018 e, successivamente, da febbraio a maggio, toccherà varie città italiane. Gli elementi della scena risultano, però, rinnovati, con l’inserimento di luci stroboscopiche, alcuni brani musicali tradotti in lingua italiana e l’inserimento di una nuova scena stile festicciola dell’oratorio!

La vicenda è la stessa del film, tutti i momenti della pellicola sono riportati sul palcoscenico, come recita lo stesso titolo dell’opera Dirty Dancing – The classic Story on Stage.

La cosa che balza immediatamente all’occhio è la scenografia, curata dal professore dell’Accademia di Belle Arti di Brera, Roberto Comotti, che ricrea tutti gli ambienti presentati nel film: il resort “Da Kellerman”, la camera degli ospiti, la sala da ballo, la sale per le feste ed i ricevimenti. Il tutto è reso possibile grazie all’utilizzo di costruzioni girevoli, attorno alle quali si muovono i personaggi.

Ma non finisce qui! Grazie all’utilizzo di tende e videoproiezioni, è stato possibile ricreare anche la foresta, il prato, la strada sulla quale Johnny e Baby corrono per andare alla gara di ballo e l’immancabile scena dell’acqua, dove Johnny insegna a Baby la famosa presa dell’angelo.

Lo spettacolo si sposta anche in platea e, per l’occasione, la bocca dell’orchestra è stata coperta per ospitare dei tavolini per coloro che, pagando apposito biglietto, vogliono immergersi nell’atmosfera del resort e ammirare più da vicino i balli proibiti.

Le battute più famose del film ci sono tutte, dai cocomeri alla finale «Nessuno può mettere Baby in un angolo», ma il «Robbie, eccomi», pronunciato da Lisa che, entrando nella camera di Robbie, lo sorprende a letto con un’altra donna, è stato qui tradotto con un «Robbie, sono io!». Ahia! Ouch!

In questo mondo fatto di amore e di passione i protagonisti assoluti sono i passi di danza, quelli di Johnny (Giuseppe Verzicco) e Baby (Sara Santostasi), che qui si fondono in un perfetto equilibrio tra l’energia dirompente tipica di un concerto e l’intimità amorosa propria del teatro.

Non mancano le danze con toni più dirrrty e i passi a due, ma quello che gli spettatori più attendono è il finale. Baby sarà davvero in grado di ballare?

La sala è concentrata, col fiato sospeso, in attesa della famosa presa dell’angelo sulle note di “(I’ve had) The time of my life”, intonate da Marco Stabile, in coppia con Daniela Pobega.

Uno scroscio di applausi, tutti in direzione dei protagonisti della scena.

Bravissimi, e calati perfettamente nei loro ruoli, i due protagonisti, Sara e Giuseppe. Sara è riuscita a rendere sul palcoscenico il tormento interiore di una Baby divisa tra l’amore per il padre e questo nuovo sentimento che sente crescere dentro di lei. Nella sua interpretazione, Baby diventa davvero Frances Houseman e questo cambiamento è ben visibile sulla scena. Giuseppe, d’altro canto, accompagna questo cambiamento lasciandosi trasportare dalle note della musica e dal desiderio di rivalsa che alberga nel suo cuore.

Nella trasposizione italiana, attori e ballerini sono accompagnati sul palcoscenico dai già citati Marco Stabile, Daniela Pobega e Russell Russell, che interpretano i brani musicali dal vivo e in lingua originale.

Una nota di cappello a Irene Urcioli (Lisa Houseman), che mi ha colpito moltissimo per aver reso una perfetta interpretazione della versione italiana di “Hula Hana”. La voce era identica a quella di Jane Brcuker (Lisa Houseman nel film del 1987).

Dirty Dancing, però, non è solo una storia di ballerini, ma di persone che, nella danza, hanno trovato il potere di riscattarsi dalle ingiustizie della vita. Sotto la leggerezza, l’opera tratta temi ancora di grandissima attualità, come l’aborto, le guerre, le differenze sociali e di razza.

Il 1987 come il 2017.

Come afferma la stessa Eleanor Bergstein, creatrice dello spettacolo teatrale nonchè del film, il film è ambientato nel 1963: in maggio la polizia aveva sguinzagliato i cani contro i dimostranti per i diritti civili a Birmingham, in Alabama, “la città più segregata d’America” come la definì Martin Luther King che, qualche mese dopo, il 28 agosto, pronunciò il celebre “I have a dream”. L’America di Trump, con le sue tensioni razziali, che hanno dato origine al movimento Black Lives Matter, le leggi anti aborto e la guerra in Iraq (allora era quella in Vietnam), ricorda molto quella degli anni 60.

Si pensava di aver vinto le battaglie combattute allora. Non è così.

Dirty Dancing, trent’anni dopo, non smette di ricordarcelo.

Per maggiori info sullo spettacolo, il cast e il tour, visitate il sito Dirty Dancing Italia

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